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Polo Universitario Penitenziario

I racconti degli studenti durante la crisi pandemica

Abbraccio virtuale vs abbraccio fisico

di A. C.

Fino a qualche mese fa, intere comunità prendevano parte al grande dibattito sull’uso dei social media. Tutti, o quasi tutti, erano d’accordo sul fatto che l’eccessivo uso della rete virtuale stava man mano riducendo l’importanza delle relazioni basate sulla reciproca fisicità dei rapporti sociali.

In questi giorni difficili che la società sta vivendo, è emersa una indiscussa importanza della tecnologia. Attraverso i dispositivi di comunicazione di ultima generazione, si è riusciti a mantenere i contatti con le persone, con gli affetti più cari, si sono ricevute e scambiate informazioni sul disagio generale e sull’andamento, sull’evoluzione e sugli effetti derivanti dal contagio da Covid-19. Non solo; nonostante nel tempo in tanti abbiano messo in discussione l’idea di studiare per via telematica, in questo caso è la tecnologia che ci viene in aiuto, così come ci è stata utile nella reciprocità degli affetti tra coloro che si trovano in luoghi opposti rispetto alle barriere (fisiche) sollevate dalla necessità di ridurre i contatti diretti. 

Può mai la tecnologia creare un ambiente virtuale che possa compensare il piacere di una tavola dove pranzare in armonia, abbracciati gli uni agli altri? Può sostituirsi al piacere di una passeggiata in compagnia in un ambiente naturale, o può mai consentire le emozioni di un abbraccio fisico?

La situazione che stiamo vivendo ci deve condurre a riflettere più a fondo; deve creare un'area di sosta per migliorare la nostra vita e la nostra società. Sicuramente tutti insieme decideremo di contribuire uniti per riconquistare la possibilità di continuare a vivere dei gesti naturali e reali. Insieme lotteremo per uscire fuori il più presto possibile da questo drammatico momento, perché un abbraccio virtuale non potrà mai sostituire un abbraccio fisico.

 

 

Incertezze 

di P. G.

La pressione di questo preoccupante periodo rinnova sensazioni che l’uomo, durante gli eventi più drammatici dell’esistenza, ha imparato a gestire. Oggi, in particolare, tutti necessitiamo di costruire delle protezioni personali, per saper vedere oltre il momento attuale e quindi sostenerci mutualmente, fiduciosi che presto cesseranno gli effetti dell’epidemia e che potremo nuovamente riprendere ognuno il proprio percorso.

Da detenuto, so che l’incertezza del domani rende meno valore al presente. È una caratteristica della pena detentiva e la accompagna senza mai distaccarsi. Cause naturali, eventi straordinari, economici, sociali, modifiche delle relazioni familiari e sociali, si riflettono immancabilmente sull’idea del domani. L’aleatorietà del futuro è, appunto, il rischio concreto a cui il detenuto va incontro e la pressione è causa di instabilità dell’umore, il quale passa velocemente da uno stato all’altro, distanziandosi dal punto di equilibrio. Impossibile distogliere il pensiero dalla immaginazione del domani. 

Se è vero che la visualizzazione del domani si fonda sulle condizioni dell’oggi, nel caso in cui queste siano già infelici, difficilmente si può riuscire ad immaginare un domani migliore del momento attuale. Oggi, ai tempi del Corona virus, indistintamente viviamo preoccupazioni che ci accomunano e ci fanno sentire fragili e indifesi. Una’ angoscia che cresce a dismisura e che non ha lasciato il tempo di creare difese individuali per proteggersi dalla pressione dell’inquietudine. In questo periodo, forse, in diversi hanno riscoperto il piacere di sapere di essere amati e il piacere di scoprire di sapere amare l’altro, preoccupandosi per lui, interessandosi alle sue condizioni, correndo in suo aiuto anche solo esprimendogli conforto e comprensione verso il suo disagio. 

Un periodo veramente preoccupante, è vero, ma forse siamo riusciti a dare maggiore valore a quei sentimenti necessari a diminuire il peso dell’incertezza, sostenendoci a vicenda nella lotta di un nemico che ci rende parte di un grande gruppo, coeso nell’obiettivo di riappropriarsi ognuno della propria vita.

 

 

 

Virus: nemico invisibile

di L. M.

Abbiamo avuto sempre grandi timori e paure delle guerre perché, come tutti sappiamo, esse comportano morti, devastazioni e drammi. Oggi l’amara scoperta di essere senza armi di difesa, perché per anni abbiamo pensato che attraverso gli armamenti si sarebbe potuta sostenere la pace: nessuno attacca l’altro per non rischiare di essere a sua volta attaccato. Il virus è arrivato improvvisamente, mietendo migliaia di morti in pochi mesi, lasciandoci indifesi di fronte a un nemico invisibile e, per ora, indistruttibile. Una volta si scappava dalle bombe riparandosi nei rifugi, oggi, invece, l’unica difesa è rimanere a casa, con la paura di respirare l’aria fuori dalle abitazioni, diffidando anche delle indicazioni scientifiche, ancora incerte se il virus rimanga o no nell’aria. 

Una strana sensazione che risulta anche impossibile da comprendere, non riuscendo a vedere il nemico con i propri occhi e a capire se veramente bisogna scappare e quando sia l’attimo in cui si mette a rischio la propria vita. Però i dati ci inducono ad avere paura per noi, i nostri familiari e le persone vicine e a tutelarci, coprendoci con mascherine, indossando guanti e disinfettando ogni superficie dove riteniamo si possa annidare il virus. 

Un nemico nuovo e sconosciuto che non siamo ancora in grado di capire esattamente dove si rintani per colpire improvvisamente. Non indossa mimetiche e divise, si impossessa dei corpi facendoli divenire veicolo di contagio e portando a termine la sua missione di morte. Eppure c’è, ma non si vede e ciò ci turba ancora di più, facendoci sentire impotenti anche se godiamo di ottima salute e magari non riusciamo a comprendere se le prossime vittime saremo noi, gli affetti più cari, i vicini di casa, i meno simpatici a noi, o un ignaro passante. Sentiamo la sua presenza nei bollettini che quotidianamente vengono trasmessi dai mezzi di comunicazione, così come nei periodi di guerra e, solo allora, si rinnova la paura che il virus possa essere ad un passo da noi, pronto a sferrare il suo attacco nel silenzio e nell’invisibilità.

 

L’acquario

Di C. F.

Qui in carcere ci troviamo in un grande acquario con le pareti di vetro, come pesci che ciondolano, andando avanti e indietro, su e giù. A volte ci infiliamo in un anfratto della biblioteca o in una grotta-scuola, trasformata in sala ludica dal momento che ci hanno regalato un tavolo da ping-pong e il calcio balilla.

Ci propinano pasti che non si gustano più. L’aria è scandita dal tempo meteorologico, i rumori sono la cosa più attesa e, come pesci, accorriamo a boccheggiare verso il rumore, nella curiosa speranza che ci sia una nuova, buona notizia.

 

 

La Trance

di. G. F.

La trance in cui siamo entrati mi fa orrore, almeno qua dentro, perché vivere questo isolamento sta diventando consuetudine, normalità. In tanti stanno vivendo questa anomalia in questo modo. Tanti non sentono più nemmeno il bisogno di chiedere: “Ma ritorneremo a fare i colloqui con i nostri familiari?”, oppure si adeguano alla telefonata come esistesse solo quella o non avvertono più l’esigenza di contatti esterni. Io, invece, mi rendo conto appieno che non c’è niente di normale e non deve diventarlo perché poi sarà veramente difficile ritornare alla normalità dei contatti umani. In tanti, poi, non condivideranno più il loro tempo e diventeranno degli animali solitari e non più animali sociali, perdonatemi il paragone. Questo pensiero è un’analisi antropologica. È ancora tutto da verificarsi, ma il mio intuito non mi lascia tregua su questo argomento.

 

 

Il Covid-19 nelle carceri italiane

di D. B.

Nell’ultimo periodo si sentono tante cose riguardo all’emergenza pandemica causata dal Covid-19 e, giustamente, lo Stato italiano ha emanato diversi decreti per contenere gli effetti di questa epidemia. Al riguardo vorrei fare una precisazione vista dal didentro di una delle carceri/ italiane, perché tutto ciò che i detenuti sanno è soltanto ciò che viene raccontato tramite i media, ma la realtà la conosce solo chi vive all’esterno. 

Fortunatamente, nell’istituto dove mi trovo, non ci sono casi di Coronavirus, però ci sono molte persone che, se dovessero infettarsi, rischierebbero seriamente la morte. Perciò mi domando come si ponga lo Stato di fronte a queste persone e ai loro cari. Dalle nostre case ci arrivano soltanto notizie positive, alle volte per non farci preoccupare ulteriormente, altre perché sono vere. Penso che chiunque debba affrontare una malattia, vorrebbe farlo vicino ai propri cari. 

Ci sono molti spot che spiegano ai genitori come affrontare il tempo da passare in casa con i propri figli, per spiegare ai bambini cosa succede, farli giocare con uno o con l’altro genitore. Il diciannove marzo è stata la festa del papà. Quest’anno le maestre l’hanno preparata a tema, non pensando però, che i bambini non sono tutti uguali. I miei figli non hanno voluto recitare la poesia perché, anche se hanno solo cinque anni, si sono resi conto che non era appropriata per la situazione dal momento che parlava molto dei papà a casa e del tempo da trascorrere giocando con loro. Per me è stato un dolore ulteriore, perché loro non sono colpevoli di nulla.

Le molte ristrettezze hanno fatto sì che noi non potessimo abbracciarci, farci una carezza. Possiamo soltanto comunicare telematicamente. Io penso che sia una guerra, e quando c’è la guerra, tutti dovremmo stare vicino il più possibile ai nostri familiari. 

E poi non capisco perché nessuno parli mai dei detenuti. Anche noi vorremmo partecipare alle manifestazioni che si fanno dai balconi di casa e ringraziare tutti coloro che sono in prima linea; vorremmo anche noi, ad un orario stabilito, affacciarci dalla finestra e fare un applauso, ma non possiamo farlo, solo i media possono invitarci a farlo tutti insieme. Vivere ristretti in questi tempi, è un’ulteriore tortura, e uno stato democratico non lo dovrebbe permettere. Noi alle regole non possiamo attenerci, perché non siamo nelle condizioni di farlo. Non possiamo mantenere la distanza di sicurezza perché siamo stipati in tre o più persone in piccole camere detentive. Non possiamo portare le mascherine perché non ci vengono fornite e dobbiamo essere identificabili in qualsiasi momento. Siamo costretti a respirare i vapori acquei quando provvediamo a lavarci in gruppi di sei persone…non vogliamo fare le vittime ma non vogliamo nemmeno morire!

 

L’ispettore N. al tempo del Covid-19

di C. F.

L’ispettore N. ha colto il momento storico trasformandolo da negativo in positivo. Fino a prima della chiusura, vi era una forte vitalità nel reparto, specie in ambito culturale, scuola, incontri, iniziative decorative di murales ed eventi di vario genere; tutte attività che lasciavano inattive solo poche persone che, per motivi diversi, non partecipavano a tali attività.

Con l’evento pandemico, di punto in bianco, ci si è ritrovati con dei vuoti enormi e con l’ozio pronto a prendere il sopravvento e con esso il disagio ambientale. Così l’ispettore ha messo tutti a fare lavori interni sia in modalità remunerata che volontaria: la pulizia straordinaria di tutto il reparto, ad iniziare dalla pulizia dei tombini, l’imbiancatura o la trasformazione degli spazi da aule scolastiche in luoghi ludici con tutta una serie di attività che hanno coinvolto la maggior parte dei detenuti del reparto i quali hanno accolto benevolmente tutti questi impegni.

Le persone si sono sentite considerate e valorizzate e principalmente si sono allontanate da propositi di proteste, in quanto lo stesso ispettore ha dialogato con i detenuti in varie occasioni, facendo comprendere in modo semplice il delicato momento storico che si sta vivendo.

 

 

 
ultimo aggiornamento: 01-Giu-2020
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