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Polo Universitario Penitenziario

I racconti dei volontari del Servizio civile

(Pubblicati nella Newsletter Unifi n. 147 del 24 settembre 2013)

Quest’anno ho preso parte ad un progetto di Servizio Civile Regionale svolto presso l’Università degli Studi di Firenze. Il progetto prevedeva una collaborazione con l’Associazione Volontariato Penitenziario (AVP), allo scopo di sostenere il progetto del Polo Universitario Penitenziario (PUP). Tale progetto, avviatosi oltre dieci anni fa, si propone di sostenere gli studenti universitari che si trovano in carcere fornendo loro assistenza amministrativa e tutorato nello studio.

Noi volontari del Servizio Civile siamo stati coinvolti appunto in qualità di tutor, per affiancare gli studenti detenuti nella non facile gestione dei loro rapporti con l’istituzione universitaria. La normale gestione del percorso di studi che ogni studente si trova ad affrontare nel corso dei suoi anni universitari è naturalmente resa estremamente problematica per chi si trova in una situazione di detenzione, che impedisce o rende difficoltosi i contatti con i docenti e le segreterie. In questo senso si è esplicata la nostra principale funzione come tutor: abbiamo infatti fatto da tramite tra gli studenti afferenti al Polo e l’Università. Questa mansione ha portato con sé la necessità di acquisire alcune competenze necessarie a muoverci in entrambi gli ambiti, quello dell’Università e quello del carcere, ugualmente complessi per quanto molto diversi.

La formazione specifica che abbiamo ricevuto all’inizio dell’anno ha potuto soddisfare solo in parte le nostre lacune in merito: gran parte della competenza operativa è stata acquisita sul campo, direttamente in carcere e nelle sedi dell’Università.

Abbiamo scelto di operare dividendo tra noi gli studenti detenuti, in modo da poter acquisire una più approfondita conoscenza delle situazioni personali. Il sistema ci permetteva inoltre di agire con una certa autonomia, una prerogativa che si è rivelata utile considerando anche le limitazioni connaturate al carcere come ambito del nostro servizio: le visite al carcere della Dogaia di Prato, sede principale del Polo Universitario Penitenziario dell’Ateneo fiorentino, a cadenza generalmente settimanale, sono sempre state effettuate in coppie, creando mensilmente dei calendari interni al gruppo per facilitare l’alternanza.

Le nostre mansioni andavano dal più pratico sostegno logistico (fornitura di materiale didattico e cancelleria di vario genere, procurata agli studenti grazie all’interessamento dell’AVP) alla gestione dei contatti con i docenti e le segreterie (spesso problematici anche per gli studenti che non devono ricorrere a degli intermediari!), fino ad arrivare, se ce ne era la possibilità, ad un vero e proprio sostegno allo studio, con studenti che affrontavano percorsi affini ai nostri.

A queste principali funzioni di tutoraggio degli studenti del PUP, nel corso dell’anno abbiamo affiancato altre attività: la gestione della segreteria del Polo Universitario Penitenziario, la stesura e la realizzazione delle prime fasi di un progetto per rinnovare il sito del Polo stesso, esperienze di accompagnamenti degli studenti durante i loro permessi e soprattutto la collaborazione con il Centro Diurno Attavante, gestito dall’AVP per persone in semilibertà o che abbiano vissuto un’esperienza carceraria.

Il nostro gruppo era composto da otto volontari, ed ha lavorato in ampia autonomia per la maggior parte dell’anno. Nonostante alcuni problemi di coordinazione, penso che sia stato positivo che la natura del servizio abbia permesso di sviluppare tempi e modalità di lavoro da gestire tutto sommato separatamente: questo ha permesso a ciascuno di crearsi i propri spazi di manovra e di sperimentare un’esperienza responsabilizzante e, in un certo senso, più adulta, del lavoro. A confronto con altre esperienze di Servizio Civile, infatti, credo che molto in questo progetto sia stato lasciato alla nostra personale iniziativa, anche per la vastità del campo che richiedeva il nostro intervento. Ovviamente, il rovescio della medaglia è che a risentirne è stata la nostra esperienza del gruppo: è mancata, almeno secondo la mia opinione personale, l’occasione di sperimentarsi all’interno di una équipe vera e propria.

Il servizio ci ha fornito la possibilità di avere a che fare con un ambiente che pochi hanno occasione di conoscere, e personalmente ho trovato questa occasione arricchente oltre ogni aspettativa. I rapporti umani sono la prima cosa da citare, naturalmente: ho avuto la possibilità di incontrare e conoscere studenti dell’università in un contesto “insolito” che tuttavia è stato possibile, in qualche modo, trascendere, così da evitare che diventasse una nota troppo dominante nello scambio personale: e questo proprio in virtù dell’esperienza universitaria che accomunava e apriva l’orizzonte del carcere ad altri stimoli, interessi e problematiche.

Ma non sarebbe giusto dire che sia stato possibile dimenticare il carcere trovandosi al suo interno: e così, l’anno di servizio si è rivelato anche occasione per conoscere meglio problematiche e criticità a volte tragiche di una realtà su cui l’informazione è spesso imprecisa o distorta. C’è stata occasione di interessarsi a specifiche questioni riguardanti l’universo carcerario, come nel caso del seminario sulla sanità in carcere, organizzato dall’AVP, al quale con alcune colleghe ho partecipato e all’interno del quale sono stata relatrice.

Sul versante dell’Università, il Servizio mi ha offerto l’occasione di misurarmi con l’ente in maniera completamente diversa dalla mia contemporanea esperienza di studentessa del medesimo Ateneo, approfondendone la conoscenza e sperimentando pregi e criticità sia della delle carriere degli studenti è stata acquisita progressivamente ed a volte piuttosto faticosamente, ma si è rivelata alla fine soddisfacente ed utile.

Nel complesso, l’esperienza di servizio si è rivelata arricchente umanamente e dal punto di vista delle competenze, nonostante le numerose criticità che il gruppo ha attraversato durante l’anno. E’ soprattutto viva in me la consapevolezza dell’importanza del ruolo che abbiamo rivestito, e della necessità che altri subentrino perché non resti vacante: di fatto si è trattato della gestione di un non trascurabile ambito dell’Università, che necessita più di altri di attenzione e di “capitale umano” per essere davvero all’altezza della sfida che lancia con la sua stessa esistenza: il Polo Universitario Penitenziario si propone di fare incontrare ambiti molto lontani, e si dovrebbe investire seriamente perché ques to possa essere possibile.

D. R. 

 “Quest’anno ho preso parte ad un progetto del servizio civile ideato dall’Università di Firenze e in collaborazione con il Polo Universitario Penitenziario e la Regione Toscana.

Il progetto prevedeva la selezione di 8 ragazzi/e tutor da affiancare a degli studenti detenuti del carcere Dogaia di Prato. Nel nostro gruppo si è creata una buona chimica sul posto di lavoro; un gruppo che ha raggiunto diversi traguardi e che non si è mai risparmiato. Abbiamo avuto modo di collaborare con diverse figure all’interno dell’Ateneo: dai docenti alle segreterie di facoltà, incluso il Polo Penitenziario Universitario e tutti quegli organi e uffici che hanno sede al rettorato di piazza San Marco.

Le nostre mansioni di tutor si suddividevano in:

- aiutare a livello didattico con brevi lezioni di ripasso gli studenti in carcere,

- fornire agli studenti cancelleria e libri,

- svolgere tutte quelle mansioni in Università, segreterie e biblioteche che i detenuti non potevano fare, come ad esempio iscriverli online agli appelli, inviare ai docenti le e-mail, accompagnare i docenti in carcere dagli studenti.

All’interno di questi 12 mesi noi volontari ci siamo suddivisi gli studenti da seguire (mediamente avevamo 4-5 studenti da aiutare a testa). In questo anno ognuno di noi ha avuto modo di approfondire con lo studente bisogni ed esigenze di studio e ovviamente si è instaurato un ottimo rapporto con ognuno di loro.

È stato per me importante raggiungere gli obbiettivi che mi ero prefissato ad inizio di questa avventura, ovvero portare gli studenti che seguo ad iniziare o procedere con la loro carriera universitaria. Gli studenti che ho aiutato hanno sostenuto esami e li hanno superati con ottimi risultati: tutto merito della loro dedizione, la tenacia e la voglia di riscatto che portano dentro si sé.  

Un’esperienza che mi ha arricchito a livello umano, mi ha insegnato a lavorare in gruppo e mi ha permesso di conoscere degli aspetti dell’Università che prima ignoravo. Un’esperienza che consiglierei a chiunque voglia misurarsi con se stesso e voglia capire di più sia sul mondo delle carceri che sull’Ateneo fiorentino.

N. G. 

Un anno fa è iniziata la mia avventura nel servizio civile regionale e, a pochi giorni dalla sua conclusione, non posso che considerarla una delle esperienze più importanti che ho fatto.

La scelta di svolgere un anno di servizio civile non è stata semplicemente un espediente per ovviare alla mancanza di lavoro, se fosse stata solo questa la motivazione portante ne avrei ricavato ben poco. Questa esperienza mi ha aiutata a capire meglio una realtà sociale che pochi conoscono: il sistema carcerario e i molteplici micro-sistemi che lo compongono e, in questo, ho potuto contare sull’aiuto dei miei colleghi e di tutte le persone coinvolte nel progetto.Il mio compito è stato quello di garantire il diritto allo studio a tutte quelle persone che, pur essendo in stato di detenzione, hanno voluto proseguire i propri studi o intraprendere ex novo il percorso universitario. Come tutti i lavori che prevedono relazioni con le persone, anche il nostro servizio ha richiesto di sviluppare capacità comunicative e una grande pazienza. In cambio abbiamo potuto godere delle grandi e piccole vittorie di tutti i nostri studenti, da un esame superato a un permesso che concedesse loro di vivere l’esperienza universitaria al pari dei loro colleghi “liberi”.

Infatti una delle prime lezioni che ho imparato è che nel sistema carcerario le privazioni e le umiliazioni sono all’ordine del giorno e ciò che per molti è banale, come frequentare un corso o scrivere a un professore per avere chiarimenti, per queste persone è il frutto di un iter lungo e tortuoso che spesso si conclude con un diniego. E’ importante per me che tutti coloro che, leggendo questo articolo, pensano “i detenuti si meritano di essere trattati così”, sappiano che senza programmi di risocializzazione o di istruzione come il nostro progetto del SCR (Servizio Civile Regionale), queste persone non avrebbero un’alternativa e tutti gli sforzi, economici e non, fatti per assicurare loro la giusta punizione sarebbero vani.

Il SCR ci come l’A.V.P (Associazione Volontariato Carcere), che si occupa di molti progetti che ruotano intorno al sistema carcerario; questa associazione, presieduta da una signora formidabile, segue numerose iniziative, che vanno dal fornire vestiti e beni di prima necessità ai detenuti in stato di indigenza, al mettere a disposizione di detenuti, ex detenuti e senzatetto, un centro diurno (Centro Attavante) dove svolgere attività di primaria importanza, come farsi una doccia o poter cucinare.

Con questo progetto ho potuto crescere come persona e come futuro avvocato, ogni giorno ho dovuto mettermi alla prova con esperienze che mi spaventavano, come entrare in carcere e stringere rapporti con persone in stato di detenzione, o come prestare servizio al Centro Attavante dove si incontra persone dal passato e dal presente difficile. Quello che più conta però è che, con l’aiuto delle volontarie dell’A.V.P, degli operatori del progetto del SCR e dei miei colleghi, ho potuto superare tutte queste prove e scoprire che al di là della detenzione o di situazioni critiche, ci sono prima di tutto delle persone che vogliono e possono dare molto.

A loro va un grazie per tutto quello che mi hanno lasciato.Vorrei concludere dicendo che non sempre le cose sono andate nel verso giusto, che a volte dietro a una scrivania abbiamo trovato un muro e che le difficoltà si sono presentate; ma anche questo fa parte del percorso e ci ha insegnato qualcosa.

Grazie infine a tutte le persone con cui ho lavorato perché quest’esperienza è stata davvero molto importante.

A. G.

 
ultimo aggiornamento: 03-Mag-2016
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